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La dimensione sacerdotale di Gesù

Chi è Melkisedeq?

Parole chiave: le ragioni della fede (1), scuola teologia (7)
«Sacerdote per sempre al modo di Melkisedeq»

Questa frase è presente nel Salmo 110,4 (109,4) e ricorre diverse volte nella liturgia cristiana[1], in riferimento a Gesù: ma chi è Melkisedeq? E cosa significa che Gesù è sacerdote «al modo» di Melkisedeq?

Questo personaggio compare in Gen 14,18 come re di Salem (la Gerusalemme pre-giudaica) e sacerdote del «Dio Altissimo»; è quindi un re cananeo e sacerdote pagano, a cui Abramo rende omaggio pagando le decime e ottenendo la benedizione. Nei documenti giudaici post biblici Melkisedeq  assume il ruolo di una figura celeste, un angelo sacerdote insieme a Michele (vedi Qumran); oppure è associato ad un sacerdozio eterno, in virtù del fatto che questo personaggio è senza genealogia, senza inizio né fine (vedi Filone Alessandrino).

Nel Salmo 110 (109) la figura di Melkisedeq è nel contesto di un oracolo di intronizzazione regale rivolto al re di Gerusalemme; il senso più ovvio qui è il fatto che il re ebreo diventa così re e sacerdote di Gerusalemme, ricevendo in eredità e garantendo le antiche tradizioni cananee di quella città. L’unione tra sacerdozio e regalità  era un aspetto comune del periodo monarchico ed è attestato anche in ambiente mesopotamico ed ellenistico-romano.

Ma ciò che è davvero originale è la rilettura che opera la Lettera agli Ebrei, che pone Mekisedeq come “prototipo” di Cristo (cf. 5,6.10; 6,20 e il cap. 7). Perché questo accostamento? L’autore della Lettera si è servito di Melkisedeq per affermare la diversità e la superiorità del sacerdozio di Gesù rispetto a quello giudaico (cf. Eb 7,4-10). Gli elementi di superiorità possono riassumersi così:

-        Melkisedeq ha dato la benedizione ad Abramo, e quest’ultimo ha dato la decima al re di Salem; se ne deduce che Melkisedeq è superiore rispetto a colui che è benedetto e gli offre la decima, ovvero Abramo padre della stirpe giudaica.

-        Melkisedeq è sacerdote eterno: è importante la connotazione sacerdotale perché Gesù non era sacerdote, non apparteneva a nessuna famiglia sacerdotale (levita, aronnita, sadocita etc…), era, potremmo dire, un «laico», il suo sacerdozio è quindi diverso da quello giudaico. Oltretutto è sacerdote «eterno», perché appartiene all’ordinamento di Melkisedeq.  

Questi elementi mettono in luce l’assenza in Gesù da ogni dimensione elitaria e l’estraneità rispetto alla discendenza levitica, rendendo la sua dimensione sacerdotale del tutto unica e superiore all’istituzione giudaica.

La dimensione sacerdotale di Gesù (sottolineata dalla Lettera agli Ebrei) suscita anche un’altra questione importante: se i sacerdoti erano quelli abilitati al culto e al sacrificio, cosa ha offerto Gesù? In particolare il Sommo Sacerdote aveva il compito di sacrificare il capro espiatorio una volta l’anno (nella festa dello Yom Kippur), per il perdono dei peccati del popolo. Il sacerdozio di Gesù allora trova qui una somiglianza nel sacerdozio giudaico, ovvero l’effusione del sangue della vittima sacrificale, ma con la differenza che Cristo non offrì vittime sacrificali, ma solo se stesso (cf. Eb 9,12), e ciò è possibile perché egli è senza macchia, mentre i sacerdoti leviti erano peccatori.

Tuttavia è necessario fare alcune precisazioni importanti: Gesù non è tout court il capro espiatorio per il perdono dei peccati:

-        Gesù non è vittima scelta, ma è lui che si offre, quindi il suo sangue acquista valore in virtù della sua offerta personale, è auto-donazione, offerta non cerimoniale ma esistenziale.

-        Il sacrificio di Gesù avviene fuori dal Tempio, non è quindi legato al culto giudaico; è atto acultuale, lontano dai rituali sacrificali.

-        Il sacrificio di Gesù avvenne una volta per tutte, non c’è ripetitività come negli altri sacrifici

-        Il sacrificio di Gesù non è mero slancio di generosità, ma è avvalorato dall’azione stessa di Dio: Gesù infatti offrì se stesso «mosso dallo Spirito» (Eb 9,14). È da escludere anche una «sostituzione vicaria», come se Gesù fosse il capro espiatorio che prende le colpe di tutti: il sacrificio di Cristo è dono di sé «per noi» (non «al posto nostro»; cf. Ef 5,2); si sottolinea il risvolto soteriologico del sacrificio di Cristo che redime e santifica.

 

In conclusione, l’affermazione di Gesù come «sacerdote eterno alla maniera di Melkisedeq» cambia completamente l’idea di sacerdozio, slegandola dai rituali della Torah e anche da quelli genericamente religiosi; quello di Gesù è un sacerdozio «laico», che non prevede una separazione dagli altri, bensì una partecipazione profonda con gli uomini fino all’offerta  totale di sé.

 

Per approfondire

Casalini N., «Eb 7,1-10: Melchisedek prototipo di Cristo», Liber Annus 34(1984) 149-190.

Deiana G., Dai sacrifici dell’Antico Testamento al sacrificio di Gesù, Roma 2002.

Vanhoye A., L’epistola agli Ebrei: «un sacerdote diverso», Bologna 2010.

 

[1] Ad esempio nella solennità del Corpus Domini (anno C), o nella liturgia delle ore ai primi vespri della II domenica di Pasqua.

«Sacerdote per sempre al modo di Melkisedeq»
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