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«Ascolto paziente, senza giudizi»

Convegni, sussidi per educatori, corsi di alta formazione per la formazione all'affettività

Parole chiave: educazione sessuale (1), affettività (6)
La sfida dell'educazione sessuale

L’emergenza educativa che stiamo attraversando impone di avviare percorsi strutturati e consapevoli di educazione sessuale. Dobbiamo farlo ”senza infingimen-ti”, come ha detto il presidente della Cei, cardinale Zuppi, cioè guardando in faccia alla realtà, confrontandoci con le speranze e le aspettative dei giovani. «Con empatia e disponibilità », aggiunge don Andrea Bozzolo, rettore della Pontificia Università Salesiana. «Senza toni giudicanti e senza linguaggi enfatici», come purtroppo è avvenuto troppe volte in passato, quando i timidi tentativi di educazione all’affettività e alla sessualità si riducevano all’elenco dei divieti e dei permessi. Oggi tutto è diverso. L’impegno dei salesiani su questo fronte è davvero imponente. Si è conclusa una ricerca triennale che sarà approfondita in un convegno nella prossima primavera, sta partendo un corso di alta formazione, oltre ad altre iniziative di cui abbiamo già dato conto nei mesi scorsi.

Lunedì, aprendo i lavori del Consiglio permanente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi ha parlato della necessità dell’educazione affettiva dei giovani e ha sollecitato i credenti a trovare il coraggio “di parlare di sessualità senza infingimenti, nella prospettiva dell’integrazione tra vita umana e vita spirituale”. Riconosce in queste sollecitazioni il senso delle iniziative avviate dall’Università Salesiana?

L’invito ad impegnarsi nell’educazione affettiva e sessuale delle giovani generazioni viene già dal Concilio. La Dichiarazione  Gravissimum educationis ne parla esplicitamente e Papa Francesco in Amoris Laetitia riprende questo appello. Dobbiamo però chiederci onestamente se le nostre istituzioni educative abbiano assunto questa sfida in tutto ciò che essa comporta. Non basta offrire ai ragazzi un’informazione corretta e alcune regole di comportamento. Hanno bisogno che li accompagniamo nell’esperienza quotidiana a dare un nome alle emozioni, a riflettere sulle loro esperienze, a sviluppare il senso critico davanti alla molteplicità di stimoli e messaggi da cui siamo circondati. E lo desiderano più di quanto possiamo immaginare. In questo senso, come afferma il cardinale Zuppi, l’educazione affettiva ha certamente a che fare con la vita interiore, con il gusto per la preghiera e per l’autenticità dei rapporti. Ma senza spiritualismi. Corpo e affetti non sono luogo di applicazione di una spiritualità appresa altrove, ma lo spazio in cui imparare a fare esperienza di Dio. Per quanto ferita dal peccato, l’energia di eros è un dono dello Spirito Creatore, che abita i nostri corpi come un tempio. Per questo è necessario un apprendistato del linguaggio del corpo, che aiuti a cogliere la profondità simbolica dei nostri gesti di amore.

Quali sono gli “infingimenti” che non permettono ai giovani di scorgere il significato autentico della sessualità?

Nel Sinodo sui giovani del 2018, i vescovi hanno riconosciuto francamente che su molti temi «prevale talora la tendenza a fornire risposte preconfezionate e ricette pronte, senza lasciar emergere le domande giovanili nella loro novità e coglierne la provocazione». Fuggire gli infingimenti significa accettare la logica dell’ascolto empatico, che non è solo una raccolta di informazioni, ma un vero incontro di libertà. Ascoltare con empatia richiede umiltà, pazienza, disponibilità a non giudicare, impegno a elaborare una comprensione più profonda. Senza questa alleanza, gli educatori rischiano di assumere un atteggiamento giudicante o di ricorrere ad un linguaggio enfatico e altisonante, che non aiuta a interpretare il vissuto. I giovani, invece, rischiano di cedere ad atteggiamenti reattivi, sottovalutando l’esperienza degli adulti e accettando come certezze granitiche le tesi più diffuse dai massmedia.

Qual è la responsabilità di noi adulti per questa profonda confusione di significati? Abbiamo dimenticato le parole per dirlo o forse anche le nostre convinzioni andrebbero riviste con il coraggio di fare autocritica?

Viviamo in un’epoca che la sociologa Eva Illouz vede caratterizzata dalla incertezza affettiva e dalla “fine dell’amore”. Non è vero che all’estendersi della libertà sessuale si sia accompagnata una crescita del benessere emotivo. Al contrario: «Oggigiorno la libertà sessuale è una sfera di interazione dove “tutto va liscio”: le parti dispongono di una grande abbondanza di risorse tecnologiche, di copioni e di immagini culturali che guidano il loro comportamento, al fine di trovare piacere in un’interazione, e per definirne i limiti. Le emozioni, tuttavia, sono diventate il piano problematico dell’esperienza sociale, un campo in cui regna la confusione, l’incertezza, per non dire il caos» ( La fine dell’amore, 12). Non penso che il problema del mondo adulto sia prima di tutto una questione di linguaggio. È piuttosto quello di fare seriamente i conti con l’eredità della rivoluzione sessuale, che prometteva la liberazione del sesso, ma ha finito per concorrere alla sua mercificazione. Se si trasmette l’idea che il sesso è l’emblema primario del desiderio e poi lo si presenta come un istinto incontenibile, un’energia senza logos e senza regole, non dobbiamo stupirci che l’esito sia l’aumento della violenza di genere e della depressione giovanile.

Affronterete il tema delle convivenze, del digitale, della pornografia e di tanto altro ma, parlando di giovani e sessualità qual è l’aspetto più problematico emerso nella vostra ricerca? (continua a leggere https://www.avvenire.it/famiglia/pagine/la-sfida-delleducazione-sessuale-ascolto-paziente-senza-giudizi)

Fonte: Avvenire
La sfida dell'educazione sessuale
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