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Nella Domenica dell'Ascensione

Commento alle Letture

Parole chiave: commento (46)
La riflessione

Galilea

La conclusione del Vangelo secondo Matteo non racconta dell’ascensione del Signore, termina in Galilea dove i discepoli avevano incontrato Gesù per la prima volta e adesso lo incontrano per l’ultima. Dal punto di vista cronologico è l’ultimo incontro visibile di Gesù, ma è l’incontro definitivo perché quell’incontro inizia il nuovo tempo della Chiesa. Tra le righe vi è descritto il mistero e la missione, la Promessa e la Benedizione, il limite umano e l’azione divina del suo cammino nella storia.

La Galilea non è soltanto un luogo geografico, piuttosto un simbolo, è la regione “lontana” dai poteri di Gerusalemme, di “incontro” tra le genti, di “confine”, luogo “disprezzato”, “imperfetto” e “libero”; è dove Gesù ci “precede” (Mt 26,32), dove siamo chiamati ad “andare” se vogliamo “vedere” il Risorto (Mt 28,10).

È necessario che la molteplicità dei significati di quella terra entrino nella nostra prospettiva di fede per orientare il nostro cammino sicuri che là lo vedremo.

I discepoli dopo la Passione e Resurrezione erano disorientati e confusi, le loro prospettive, le certezze della tradizione, la religione con le sue regole la fede di sempre sono state profondamente scosse. Un po’ riusciamo a capirlo anche noi in questi giorni in cui sembra che l’ondata della pandemia stia passando e tante delle nostre certezze sono messe in bilico.

 

“Non basta tornare a celebrare per pensare di aver risolto tutto. “Non è una parentesi”. Non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. (…) Sogno cristiani che non si ritengono tali perché vanno a Messa tutte le domeniche (cosa ottima), ma cristiani che sanno nutrire la propria spiritualità con momenti di riflessione sulla Parola, con attimi di silenzio, momenti di stupore di fronte alla bellezza delle montagne o di un fiore, momenti di preghiera in famiglia, un caffè offerto con gentilezza. Non cristiani “devoti” (in modo individualistico, intimistico, astratto, ideologico), ma credenti che credono in Dio per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita nella buona e nella cattiva sorte. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia. Non una Chiesa che va in chiesa, ma una Chiesa che va a tutti. Carica di entusiasmo, passione, speranza, affetto. Credenti così riprenderanno voglia di andare in chiesa” (Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo, 18 maggio 2020)

 

sul monte

Tutto nel racconto di Matteo è descritto ciò che è indeterminato in modo determinato: è chiaro che il monte dell’incontro è quello “che Gesù aveva loro indicato” ma non dice dove, è quello delle Beatitudini (Mt 5,1), della Moltiplicazione dei pani (Mt 15,29), della Trasfigurazione (Mt 17,1), o il monte altissimo della tentazione (Mt 4,8)? Il monte di cui parla Matteo è indeterminato perché luogo provvisorio, di passaggio dove arrivare e da cui partire. “ogni volta che un credente cerca il Signore, comincia dai luoghi dove è convinto di poterlo trovare; soltanto dopo si rassegna a cercarlo ove invece è convinto che non lo troverà… ma proprio lì, finalmente lo incontra” (H.U. von Balthasar).

Matteo non fa sconti e ci presenta una comunità lacerata, azzoppata e ferita dal tradimento di Giuda, undici, non più dodici, addirittura accompagnati dal dubbio. Mossi dalla fede ma accompagnati dal dubbio. Fede e dubbio sono due atteggiamenti che sembrano destinati a convivere perché la fede si radica nella nostra povertà umana. Il dubbio non appartiene al non credente che ha le sue certezze, piuttosto all’uomo di fede che si sente perennemente in ricerca, sempre in viaggio e mai arrivato. Dio non critica nessuno ma salva tutti. La misericordia e la Verità ci impediscono di immaginare e realizzare una chiesa di giusti, irreprensibili, perfetti. Come gli undici giunti al monte dell’incontro e pronti a partire di nuovo.

 

disse loro

Matteo nell’introdurre l’ultima “Parola” del Signore, forse per dargli maggiore forza, lascia tutto nella ambiguità, nella dinamicità del provvisorio: la Galilea, il monte, la fede, il dubbio, la stessa visione del Signore. Tutto è descritto con parsimonia di parole - lo videro e si prostrarono – Matteo non racconta come il Signore è stato visto, così l’esperienza degli undici assomiglia all’esperienza di ciascuno di noi, incerta e povera. Questa fede povera e incerta non sembra preoccupare Gesù che non ferma il progetto universale della salvezza, anzi ci coinvolge e ci responsabilizza proprio perché incerti e deboli.

Non siamo noi a possedere una verità su cui basare certezze, ma è la Verità che si fa a noi incontro, ci prende, ci meraviglia, ci critica, ci spoglia, ci conduce, ci sconcerta, ci riveste...

Questa Verità si mette nelle nostre mani per inviarci a tutti i popoli, perché tutti i popoli diventino discepoli di Cristo. La storia, i popoli della terra, l’esperienza di Chiesa, le relazioni umane, tutto è preso e compreso dalla presenza del Figlio di Dio tra gli uomini, fino alla fine del mondo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

È la “promessa”, la “benedizione”, la garanzia del successo come per Mosè (Es 3,12) nel liberare Israele dall'Egitto e per gli altri a cui Dio affida una impresa.

La promessa di Gesù significa concretamente che sempre, fino alla fine del tempo vi sarà chi annuncerà il vangelo, e popoli che crederanno, dunque non entriamo in ansia per il tempo presente.

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