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Daita (Cgil): «Suicidio di Stato? Disabili a rischio»

«Non mi riconosco nella sentenza della Consulta, che tradisce la cultura di difesa e intangibilità della vita su cui il nostro Paese e l’Europa hanno costruito i fondamenti del diritto»

Parole chiave: fine vita (13), suicidio assistito (5), eutanasia (9)
Fine Vita

«Lo Stato deve garantire il diritto a vivere, non quello a morire. Ma di quale libertà stiamo parlando: quella dell’annullamento di sé? Quale cultura promuove questa sentenza: che i malati gravi, i disabili, coloro che soffrono hanno la libertà di essere terminati da altre persone? E questo sarebbe un progresso?». Nina Daita è la responsabile nazionale delle politiche a favore dei disabili della Cgil. E si trova con un altro parere rispetto alla linea espressa dalla confederazione di «grande soddisfazione per la pronuncia della Consulta».

Coloro che plaudono alla sentenza sottolineano che si tratta di una scelta di libertà in più per le persone. Perché non è così?
La libertà di rifiutare le cure, di evitare l’accanimento terapeutico, di arrivare a una fine senza sofferenze per i malati terminali, attraverso le cure palliative e la sedazione profonda, esiste già, è garantita dalla Costituzione e dalle leggi. Invece oggi si tradisce la cultura di difesa, di intangibilità della vita su cui il nostro Paese e l’Europa hanno costruito i fondamenti del diritto per cedere a una visione nichilista e utilitaristica della persona e della vita stessa. In nome di una presunta dignità che viene riconosciuta dalla società – e di conseguenza percepita dalle persone stesse – solo e se si è in salute, efficienti, non-sofferenti. E invece la sofferenza, l’imperfezione, la malattia sono parte imprescindibile della vita di ognuno: giusto e doveroso far di tutto per alleviarla, ma non pensare di eliminarla rescindendo la vita stessa.

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Fonte: Avvenire
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