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Ebrei e cristiani verso il Padre

Il teologo cattolico e il Gesù ebreo

Parole chiave: padre nostro (5)
A proposito del Padre Nostro

Perché un teologo cristiano deve dialogare con un rabbino sul Padre nostro?

E perché al termine di un tale dialogo non si deve dire solamente: «È stato bello parlarne»? Perché deve essere importante poter recitare assieme questa preghiera? Il Padre nostro non è la preghiera del cristianesimo? È lecito pregare con le parole di questa preghiera assieme a ebree ed ebrei anche se questi non credono che Gesù, che ha insegnato questa preghiera ai suoi discepoli, è il Messia, il Salvatore del mondo? Non bisogna essere cauti nel coinvolgere persone ebree che vogliono fondare la pace, quando si domanda loro se possono riconoscere questa preghiera, che recitano con noi, come una preghiera non ebraica?

Una cosa è giusta in queste domande: il Padre nostro è la preghiera cristiana del cuore. La maggior parte delle cristiane e dei cristiani la conosce a memoria, a volte come l’unica preghiera. Il Padre nostro è pregato in tutte le confessioni di fede, in tutte le lingue di questo mondo, con le medesime parole, a prescindere dal fatto che uno sia cattolico, evangelico o ortodosso. È difficile trovare una celebrazione in cui non si recita la preghiera del Padre nostro.

Come l’ho imparato io? Come la maggior parte delle cristiane e dei cristiani: dai miei genitori. Volevano che pregassi. Volevano che dessi parole alla mia fede. Volevano anche che, attraverso queste parole, scoprissi la mia fede. Non appena sono stato portato a messa da bambino, ho potuto imparare che non solo i bambini, ma anche gli adulti recitano questa preghiera: ad alta voce e in silenzio, riuniti e in comunità.

Come a me, è successo e succede a molti. IlPadre nostro va al cuore. Poiché è una delle prime preghiere che i bambini cristiani imparano, è anche, insieme ai canti della prima infanzia, una delle ultime reminiscenze degli anziani, dei malati e di coloro che sono affetti da demenza senile. C’è anche il lato opposto: il recitare meccanicamente. Delle mie esperienze infantili non tanto buone con la confessione, a cui noi, come chierichetti, dovevamo accostarci ogni quattro settimane – con tranquilla naturalezza dopo un’iniziale eccitazione – c’erano anche le penitenze che venivano regolarmente assegnate; dopo che il confessore, il par- roco, aveva sottolineato i nostri buoni propositi, diceva: «Tre Padre nostro e tre Ave Maria». Ritornati nel banco della chiesa, dovevamo recitarli in silenzio, prima di riunirci sul sagrato con gli altri bambini che si erano già confessati. Ogni cattolico praticante sa bene che le colpe, per le quali nella confessione è stata assegnata una simile penitenza, non possono essere state mancanze molto gravi, ma solo le solite marachelle. In questo caso, però, la ripetizione non era un insegnamento di vita ad essere giudiziosi e devoti in tutte le situazioni dell’infanzia, quanto l’invito a chiacchiere vuote, dove si contava con le dita se il compito era già stato assolto.

È questo più o meno il vivo ricordo di molti che hanno vissuto una storia non così drammatica come quella di Moshe Navon, ma sono cresciuti, come nel mio caso, nella Repubblica Federale Tedesca, caratterizzata da prosperità economica, come un bambino cattolico in quella che chiamavamo diaspora, perché la maggioranza della popolazione era protestante. A scuola ci è stato detto che gli evangelici recitano la stessa preghiera che facciamo noi, con la sola aggiunta: «Perché tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria nei secoli», che solo dopo il concilio Vaticano II è entrata nella celebrazione cattolica dell’eucaristia, sollevando nelle mie nonne, che erano ancora vive, il timore che noi cattolici dovessimo diventare tutti protestanti (ma poi si sono abituate).

Quando ho saputo la prima volta che il Padre nostro nella sua radice è una preghiera ebraica? Non a casa, anche se le famiglie dei miei genitori non simpatizzavano per Hitler, ma sono stati in qualche maniera resistenti in un modo tipicamente cattolico, e sebbene fosse arrivata fino a noi bambini una qualche storia di espropriazione coatta e di sfratti forzati dei vicini ebrei nei piccoli paesi in cui vivevano i miei nonni e i miei genitori. Non mi passò per la mente però che la preghiera che avevo imparato a casa e in chiesa potesse collegare il cristianesimo con l’ebraismo. A scuola, presso il Ratsgymnasium di Hannover, abbiamo appreso che per nascita Gesù non era né cattolico (il che mi aveva molto sorpreso) né evangelico, ma ebreo. Abbiamo appreso anche alcune cose riguardanti il tempio e i farisei, l’esilio, i pogrom e Auschwitz, ma non avrei mai immaginato che ciò avrebbe avuto conseguenze per le mie preghiere e anche per il Padre nostro.

Fonte: Avvenire
A proposito del Padre Nostro
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