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La disperazione di chi perde il lavoro «In parrocchia trovo ascolto e aiuto»

Le difficoltà e il desiderio di essere ascoltati

Parole chiave: lockdown (1), poveri (8), pandemia (13)
A Milano

Le vittime di questa drammatica pandemia non sono soltanto le persone colpite dal virus, ma anche tutti coloro che hanno perso il lavoro a causa della chiusura delle attività prevista dal lockdown e dalla zona rossa. Donne e uomini in carne ed ossa che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, a pagare l’affitto e le bollette. Tante storie, tante famiglie che hanno trovato nel centro di ascolto della Caritas un sostegno per continuare a vivere e a non perdere la speranza. Queste le testimonianze che abbiamo raccolto grazie al Centro di aiuto alle famiglie e alla parrocchia di Villapizzone, alla periferia nord ovest di Milano.

Anna, 29 anni, separata da poco, con una bambina di nove anni si è rivolta, tramite un’amica, al centro di ascolto della Caritas, dopo aver perso il lavoro in una società di catering nel febbraio scorso a causa dell’emergenza sanitaria. «Il pacco alimentare della parrocchia rappresenta un aiuto importante per me. Eravamo con l’acqua alla gola e a tavola c’era sempre meno da mangiare – spiega –. Da quando non vivo più con mio marito, abito con mia figlia insieme a mia madre che si occupa anche della nonna. Alla Caritas sono molto attenti e sensibili. Quando sono andata all’appuntamento per chiedere aiuto ero imbarazzata, ma in pochissimo tempo mi sono sentita a mio agio. Mi hanno anche sostenuto con i pagamenti delle bollette dandomi 500 euro per tre mesi. Adesso mi stanno indirizzando e supportando per trovare un nuovo lavoro». Nonostante tutto Anna è positiva e guarda con fiducia al futuro. «Una mia amica ha trovato lavoro come cassiera – riprende la donna –. Così io mi occuperò dei suoi bambini. Ci diamo una mano a vicenda e spero presto di trovare un lavoro. Quando poi la separazione da mio marito sarà definitiva potrò anche fare domanda per ottenere una casa dal Comune. Mi sto dando da fare e sono sicura che capiterà un’occasione anche per me».

Poi c’è Daniel, 36 anni, originario dell’Etiopia e rifugiato politico in Italia, che lavorava come facchino in un hotel prima dello scoppio della pandemia, riuscendo a mantenere la famiglia, moglie e due figli, un bambino e una bambina di tre anni e di venti mesi. Da marzo l’albergo ha chiuso i battenti e lui è rimasto a casa. Per riuscire a mangiare si è rivolto al centro di ascolto della Caritas, dove riceve un aiuto alimentare ed ha potuto pagare l’affitto per alcuni mesi grazie al Fondo San Giuseppe. «Adesso sono disperato perché siamo in arretrato con i pagamenti di quattro mesi e non sappiamo come fare – racconta –. Sarei disposto a fare qualsiasi lavoro, ma purtroppo non trovo niente. Anche mia moglie sta cercando un impiego. Prima ha lavorato come colf, ma non è facile ottenere un posto. Ritiriamo il pacco alimentare dalla Caritas e spesso aggiungono anche i pannolini. Insomma, ci danno una mano per le necessità più urgenti. Purtroppo non possiamo contare sull’aiuto di nessuno. Non sappiamo davvero come fare». Si è trovata in difficoltà anche la famiglia di Maria, 36 anni di origine filippina, che ha perso il lavoro insieme al marito a causa del lockdown durante la scorsa primavera. Hanno ricevuto il pacco alimentare e un aiuto di 1.500 euro dal Fondo San Giuseppe per pagare le utenze. «Mio marito faceva l’operaio e poi ha ritrovato posto come addetto alle pulizie in una palestra – racconta –. Io ho ripreso a lavorare come colf presso una famiglia che mi considera come una figlia. Per questo adesso non ritiriamo più il cibo in parrocchia. Anche se con una bambina di quattro anni le spese ci sono. Pensiamo che magari altri possano avere più bisogno di noi. Al centro di ascolto sono bravissimi e ci hanno assicurato che in caso di necessità potremo sempre bussare alla loro porta».

Fonte: Avvenire
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