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L'incontro del vescovo Simone con gli insegnanti di religione

I giovani desiderano vivere la scuola come luogo di libertà, dove possono essere se stessi

Parole chiave: insegnanti di religione (1), scuola (121)
Scuola. “Non chi inizia, ma quel che persevera”.

Se andiamo in internet, ormai gesto quasi automatico per cercare il significato di qualcosa, e digitiamo la parola scuola, vediamo che questo termine deriva da schŏla, dal greco “scholé”, che in origine significava, come “otium” per i latini, tempo libero.

Questo fa capire che l’uomo non nasce con l’esigenza di studiare, ma con l’esigenza di conoscere, di capire chi è, che cos’è la realtà, per che cosa vale la pena vivere.

È la sfida di ogni giorno: che lo studio serva a capire di più chi sono io, che cosa desidero, che cos’è la realtà.

Diceva il Vescovo all’incontro di inizio anno scolastico agli insegnanti di religione: «Se la scuola vuol dire tempo libero, belle cose, belle esperienze, ci si rende conto della fatica di questo momento. Siamo in un momento storico in cui stanno venendo al pettine tutti i nodi di un sistema educativo che non funziona più perché non ha al centro i ragazzi, ma se stesso. Il problema è che la scuola da informazioni e non educa più e non educando viene “sopportata” perché gli studenti si sentono “contenitori” da dover riempire e non persone al centro da considerare nel loro reale valore. Allora capiamo bene che questo sistema scolastico, di impostazione ottocentesca e statalista, dove non è ammissibile trovare esperienze nuove che diano risultati radicalmente diversi perché c’è un’impostazione nazionale che va comunque rispettata, avrebbe bisogno del coraggio di nuove sperimentazioni».  

E poi la pandemia. Effetto non trascurabile, ma devastante per molti dei nostri studenti. Abbiamo scoperto l’enorme fragilità della vita che, pur essendo stata sempre presente nella storia dell’uomo, in questi tempi di “orgoglio tecnologico”, probabilmente era stata dimenticata. La paura rischia di far perdere la speranza.

Ricordava ancora il Vescovo, riportando un articolo dello scrittore e insegnante di Lettere D’Avenia, «proviamo ad inaugurare una scuola che non faccia scappare. Una scuola che appare disumana e lo è nella misura in cui non si prende cura dell’umano irripetibile che c’è in ogni ragazzo. Nel “sistema” prevalgono la burocrazia, che obbliga gli insegnanti ad occuparsi di carte, il precariato, con concorsi che promuovono solo il 2% dei candidati, mentre al centro deve tornare la scuola come “laboratorio di vocazioni”. […] L’apprendimento così com’è, continua d’Avenia, contribuisce al malessere dei ragazzi perché non è rispettosa delle loro capacità. Una scuola vocazionale, in cui si intercettano i talenti e in cui l’apprendimento non sia solo “quantificazione”. Dobbiamo far sì che dopo 13 anni dentro le aule, si esca dicendo: so quello che sono i miei limiti e i miei talenti e voglio costruire questa mia vita in modo coerente con quello che sono e voglio diventare. Un taglio vocazionale, appunto. È evidente che qui siamo nel paese dei sogni. Ora voteremo, vi invito a guardare attentamente chi ha le proposte migliori sulla scuola, cosa pensano della scuola per riformare, per attuare la Costituzione affinché ci sia nel libero Stato anche una libera scuola, al passo della scuola europea, e ogni genitore possa dire: spendo le mie tasse per la scuola che io voglio. E la prima riforma da fare, dice D’Avenia, è il modo con cui si fa l’appello».

E qui si riporta al centro lo studente, con le proprie domande di senso, con i propri desideri e aspettative nel futuro.

Ritornando poi agli insegnanti di religione, impegnati in un lavoro non facile di educazione dell’umano, il Vescovo ha sottolineato il fatto che occorre creare premesse culturali negli studenti perché possano avvertire la credibilità dell’evento cristiano. No un annuncio kerigmatico, proprio delle parrocchie o comunità cristiane e quindi da sviluppare in altri ambiti, ma far conoscere Cristo come un evento accaduto nella storia e che ha prodotto le radici giudaico cristiane della nostra cultura e civiltà, visibile in tutti gli ambiti della realtà.

I giovani desiderano vivere la scuola come luogo di libertà, dove possono essere se stessi. I giovani desiderano la verità. “La verità è il destino per cui siamo stati fatti. Nel nostro cuore questo destino ha già messo la firma, ha già detto che cosa è: amore, giustizia, verità, felicità. E se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo; possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore”(1).

Buon inizio di anno scolastico, nella consapevolezza che “non chi inizia, ma quel che persevera” … come sta scritto sul ponte della nave scuola Vespucci, la nave più bella del mondo.

*Ufficio Scuola diocesano

(1)    Luigi Giussani, Realtà e giovinezza la sfida, Torino, SEI, 1995, pag. 48.

Scuola. “Non chi inizia, ma quel che persevera”.
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