Diocesi
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La riflessione teologica

Don Ordesio Bellini riflette sulla missione sacerdotale

Parole chiave: prete (1), scuola di teologia (3)
"Fate questo in memoria di me”

Tra non molto celebreremo il giovedì santo e ciò che mi affascina e mi fa anche tremare è quel “fate questo in memoria di me”. In queste parole sta tutta la realtà di un prete che si esprime sia nella celebrazione dell’eucarestia e dei sacramenti, sia nella sua vita personale. Anche lo stile di vita di un prete “fa memoria di lui”, ossia lo rende presente. Per questo l’ordine è un sacramento. Vediamo nei seguenti punti alcune caratteristiche del rapporto tra Dio e il suo popolo, che si riflette nella relazione tra il sacerdote i fedeli.

 

  1. 1.      Come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei

Nel linguaggio comune spesso si dice del prete che “ha sposato la Chiesa”: espressione vera ma che a me non piace.  La parola Chiesa è una parola bellissima con un significato teologico profondo, ma rimanda a un’idea che può sembrare astratta, non percepibile immediatamente se non in modo ambiguo e che riconduce a tutto ciò che su questa realtà si è venuto accumulando di bene e di male nei secoli.

Preferisco un’altra espressione, equivalente, ma che apre orizzonti più vasti: “popolo di Dio”. 
Sì, il prete ama “sino alla fine” il popolo di Dio.  Questa espressione esprime meglio il senso concreto della Chiesa: buoni e cattivi, ricchi e poveri, sani e malati, liberi e carcerati, giusti e ingiusti, santi e peccatori, martiri e traditori  Questo è il popolo di Dio nei secoli: questa è la Chiesa. Di questo popolo di Dio, come già diceva sant’Agostino, noi preti facciamo parte e allo stesso tempo ne dobbiamo essere pastori. Amare questo insieme di persone è amare la Chiesa. A loro tutti noi preti siamo stati mandati.

 

  1. 2.      La “com-passione” di Dio verso il suo popolo

Fin dai primi momenti della storia della salvezza risuona questa parola da parte di Dio: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Esodo 3, 7).Ogni epoca storica ha le sue miserie e un popolo che grida

E poi ancora il Signore Gesù stesso: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore …” (Mc 6,34)

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, n.1)

Con gesti e parole tutto il vangelo di Gesù gira intorno al concetto della “com-passione”, ovvero, vivere e soffrire insieme. 

San Paolo lo esprime bene in un contesto proprio di amore sponsale nella lettera agli Efesini rivolto agli sposi. “ … E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”.

Questa relazione sponsale tra Cristo e la Chiesa diventa fondamento e modello anche della  relazione sponsale tra il prete e il popolo di Dio.

 

  1. 3.      L’alleanza come relazione d’amore

Tutta la storia della salvezza non è che il tenace desiderio di Dio di fare un’alleanza con il suo popolo: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. L’alleanza nell’Antico e Nuovo Testamento non è mai un contratto solo giuridico, ma una relazione d’amore fondata sul sangue: il sangue dell’agnello e il Sangue del Figlio. Non c’è amore più grande di chi da la vita per quelli che ama. Gesù lo realizza in se stesso “ e li amò sino alla fine”. Questo è il comandamento che lascia a tutti: “Amatevi come io vi ho amato”. Nell’amore sta la relazione profonda di un prete con la sua gente.

Questo è il criterio di verifica di chi è “un buon prete”: non potrà mai limitarsi a celebrare l’ufficio divino e a garantire il sano svolgimento di attività pastorali. Quando di un prete si dice che è disponibile “24 ore su 24” non si fa riferimento solo al tempo, ma si vuol mettere in evidenza la sua disponibilità di mente e di cuore.

Se un prete non vive questo, diciamo che è stato ordinato “validamente” e quindi quando celebra  la Messa, “la Messa è  buona”; ciò che si dice distinguendo fin dai tempi di Agostino tra “ex opere operato”  e “ex opere operantis” . Verità sacrosanta, ma sulla quale ci siamo forse un po’ troppo adagiati nei secoli.  Non basta che sia al sicuro la sua “validità” , ma, nell’imposizione delle mani, tutta la persona del prete è trasformata per compiere i gesti liturgici e per essere nella sua persona capace di amare “fino alla fine.  A colui che fa un mestiere si chiede che sia competente, il resto son problemi suoi! A un prete non si chiede sola la competenza, ma la capacità di amare i suoi  come Gesù “sino alla fine”.  Bisogna quindi stare attenti a non insistere troppo su questa distinzione che rischia di farci accontentare del minimo e di far stare tranquilli i Vescovi perché “la parrocchia è coperta e la Messa è garantita”.

Ci siamo forse adagiati un po’ troppo anche sul fatto che giustamente diciamo che “siamo tutti peccatori”. E’ vero, e io ne so qualcosa,  ma “essere perfetti come perfetto è il Padre vostro” rimane pur sempre un ideale che il Signore ci propone in modo specifico e lui non propone cose “impossibili”, se abbiamo fede e crediamo alla grazia.  

E’ un po’ quello che la gente dice quando afferma che “bisogna guardare il prete quand’è all’altare” o più volgarmente, “fai quello che dice e prescindi da quello che fa”. Secoli addietro poteva anche bastare, oggi non più. L’amore sponsale da parte del nostro popolo ce lo dobbiamo conquistare e sudare non solo con le opere più o meno intelligenti, ma soprattutto con una serenità e santità di vita e con un amore vero e totale verso il popolo di Dio[1].

L’azione eucaristica di un prete non può staccarsi anche dal suo stile coerente di vita che è parte integrante  del “ fate questo in memoria di me”. Certo, nella celebrazione dell’Eucarestia noi abbiamo il culmine della memoria della morte e resurrezione del Signore; ma anche la vita semplice, buona e bella di un prete rendono presente la memoria del Gesù che passava insegnando e beneficando.

 

  1. 4.      Il sacerdote come Alter Christus

Questa bella espressione riassume tutto quanto abbiamo detto sinora. Chi di noi, soprattutto preti anziani, appena ordinati preti non abbiamo visto cartelli inneggianti a noi come “alter Christus” o non abbiamo ricevuto un corredino per la Messa con ricamato  “Alter Christus”?

Non c’è espressione più vera e più bella, ma allo stesso ambigua e estremamente pericolosa come la storia della Chiesa mostra.

Quanti preti, e Vescovi e Papi hanno spesso dimenticato che essi sono la presenza sacramentale del Cristo, per cui chi ascolta noi, ascolta Lui. Siamo sacramento del Cristo, ma non siamo il Figlio di Dio. E’ il Risorto, Signore e Re dell’Universo perché nella Sua vita terrena è stato anche il Servo Sofferente; anche di quel servo sofferente noi siamo presenza sacramentale.

Ricordiamo la trasfigurazione dove Egli dice ai tre apostoli “non dite nulla finché il Figlio dell’Uomo non sia risuscitato dai morti”. C’è un cammino da percorrere di sofferenza per amore, per Lui e per noi. Siamo testimoni del Cristo morto e risorto. Spesso nella storia abbiamo preferito rappresentare solo il Cristo risorto, il Vincitore.

Papa Re, Vescovi principi, Parroci autoritari, Preti in carriera, vestiti di variopinti colori e accompagnati da titoli prestigiosi, funzionari del culto, arredatori di chiese e di altari, ma senza una reale e continua disposizione compassionevole verso un popolo che ricerca speranza, libertà, forse anche solo di un sorriso. Ai sacerdoti Gesù dice “voi stessi date loro da mangiare”. Dalla fame di pane alla fame di Cristo: aiutare questo passaggio è la vocazione del prete, e il Pane di Vita è l’amore più grande che noi possiamo offrire, ma non come semplice rito, ma dando anche il pane dell’affetto, della consolazione, della misericordia.

[1] Il matrimonio tra il prete e il suo popolo un tempo era più facile. L’amore e la fiducia verso noi preti era più immediata, spontanea, quasi un’eredità raccolta. Nelle circostanze attuali della Chiesa per noi preti è diventato quasi un faticoso corteggiamento per farlo diventare da un matrimonio con poco amore a un’esplosione di amore reciproco. Non è solo una triste constatazione, può diventare una affascinante avventura.

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