Tempo di pagelle. Ragazzi: vi vogliamo bene a prescindere

di Pierluigi Giovannetti*
Nei giorni scorsi è emersa all’attenzione della cronaca una vicenda accaduta tre anni orsono: nel tragico naufragio di un barcone di profughi, in cui morirono mille migranti, un ragazzo, un adolescente, portava cucita nel giubbotto la sua pagella. Evidentemente per lui era molto importante quel documento.

Proprio in questi giorni anche i nostri ragazzi stanno ricevendo o hanno già ricevuto le loro pagelle. Quale importanza può avere per loro un simile documento, al di là delle “reazioni” del caso?

Certamente ci ricorderemo quando la mamma ci diceva: mi raccomando, studia, almeno un sei! Oppure ci ricorderemo dei colloqui avuti con l’insegnante o, se insegnante, dei colloqui con i genitori: il “bimbo” avrebbe le capacità, ma non si impegna! Almeno per la sufficienza!

Semplicemente, con un voto, pensiamo di attribuire un valore all’impegno o allo studio del ragazzo. Molti di questi studenti, invece, pensano che sia stato attribuito loro un voto a se stessi, per “quanto valgono”.

Non siamo perfetti, né come genitori, né come insegnanti, e questo i nostri figli e i nostri studenti lo sanno. Non è un problema. Ci perdonano volentieri. Non è una questione di essere eroi, ma di coerenza morale. «…la questione principale circa l’atteggiamento dell’educatore non sta tanto nella coerenza dal punto di vista etico. Anche perché il ragazzo, evolvendosi, superato un certo momento dell’adolescenza, capisce benissimo che suo padre è un uomo come tutti gli altri e sua madre è una donna, una persona, come tutte le altre. (…) Ma una cosa il giovane ha bisogno di vedere nel genitore, nell’educatore: la coerenza ideale» (1).

Infatti, la verità è che l’adulto, spesso, è deludente. Lo è per natura. Deve esserlo perché il ragazzo ad un certo punto prenda coscienza di sé e provi a cavarsela da solo: è una questione di crescita, di autocoscienza. Per questo il ragazzo ha bisogno di essere guardato in modo diverso. Non è vero che “vali di più” o che “ti voglio più bene” se prendi almeno un sei. Sarebbe come un “Fatal error”, come appariva sul desktop del vecchio 486 MS DOS con floppy da 5,25” quando giocavi a “castello”.

Ti voglio bene a prescindere. Ti voglio bene per quello che sei, così come sei, non secondo le aspettative o i progetti che ho su di te. C’è Uno che è morto per noi “quando eravamo ancora peccatori” e non è che abbia aspettato che fossimo più buoni o più bravi! Anche “loro”, i ragazzi, spesso, sono deludenti, ma di fronte alla libertà, non possiamo far niente.

Cosa ci chiedono allora i nostri ragazzi?  «ci chiedono di dire”ciao”, di saper chiedere scusa, di stare zitti, di guardarli in faccia, di dire  “grazie, non lo so, mi dispiace”. Nei voti che noi professori diamo quello che rimane appiccato è lo sguardo con cui li abbiamo dati, rimane impressa la nostra strada, la nostra vita, la nostra ricerca della felicità, il nostro modo di dire “Io”. [–educazione è la comunicazione di sé, del proprio modo di guardare la realtà-] Sembra poco, è vero, ma per quell’adolescente annegato nel Mediterraneo era tutto il bagaglio che gli occorreva per ricominciare a vivere, perché nessuno si porta dietro le lezioni degli altri o gli ammonimenti ricevuti. Tutti si portano addosso le loro pagelle, il modo in cui un altro ha cercato di amarli, ha cercato di dire loro “Tu vali”» (2).

Quando i  genitori insistono su certi valori e poi, nella valutazione dei casi della vita, nell’attenzione e nei suggerimenti per il futuro, non tengono mai conto dei valori su cui insistono, questo genera nel giovane uno scandalo, una ferita, che raramente può essere curata, dico incurabile! Perché il giovane ha  innanzitutto un’esigenza logica, razionale, grandissima. Se mi insisti su questo ideale e poi in tutti i tuoi giudizi questo ideale non c’entra mai, questo crea la disistima!

Poi, l’educazione è l’incontro di due libertà. C’è solo da guardare il Cielo e permettere a “Colui che solo può cambiare il cuore dell’uomo” di continuare “a guardarci attraverso gli occhi di chi incontriamo e di chi ci sfida. Senza nulla pretendere, imparando ad attendere tutto” (3).

*responsabile dell’ufficio scuola della Diocesi

9 febbraio 2019

 

Note: 1) Giussani, Introduzione alla realtà totale, Il Rischio educativo, 1985
2) Picchetto, il mistero di una pagella, Il Sussidiario 18/1/2019
3) idem