Sussidio ricco. Ma poco peso a famiglie e figli

Le scale di equivalenza adottate privilegiano i singoli e gli adulti rispetto a famiglie e minori. I nodi degli stranieri a rischio discriminazione e delle risorse che potrebbero non bastare

Grandi pregi ma anche alcuni difetti. Il progetto di Reddito di cittadinanza che si sta finalmente profilando con la bozza di decreto legge in circolazione presenta tre aspetti assai positivi assieme ad altrettante criticità.
Il primo aspetto positivo riguarda la scelta di separare i percorsi tra quanti sono caduti in povertà solo per la mancanza di un’occupazione e coloro i quali, invece, vivono situazioni più complesse o non possono, per età o condizione psico-fisica, lavorare. I primi faranno riferimento ai Centri per l’impiego (Cpi) per la formazione e (si spera) l’avviamento al lavoro attraverso il “Patto per il lavoro”. I secondi, invece, dopo una prima valutazione dei Cpi saranno presi in carico dai servizi sociali dei Comuni e degli altri enti territoriali, per stipulare un “Patto per l’inclusione sociale”. È la giusta presa d’atto che la povertà è spesso multidimensionale e che sarebbe stato un grave errore cancellare quella rete di intervento sociale appena messa a punto con l’avvio del Reddito di inserimento. Il governo gialloverde non lo ammetterà mai, ma su questo aspetto ha compiuto la scelta intelligente di confermare il meglio di quanto fatto dal precedente governo Gentiloni in collaborazione con le parti sociali riunite nell’“Alleanza contro la povertà”.

Coinvolti gli operatori privati
Così pure intelligente – e realistica – appare la scelta di coinvolgere anche i soggetti privati del mercato del lavoro nell’opera di formazione delle persone e nell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Da soli, infatti, i Centri per l’impiego non saranno certamente in grado di dare risposte efficaci ai disoccupati in cerca di opportunità, anche qualora venissero effettivamente “rafforzati” con l’ingresso di 4.000 nuovi operatori (sempre che si riesca davvero a farlo in tempi ragionevoli). Si potranno anche chiamare “navigator”, ma difficilmente si tratterà di operatori con grande esperienza alle spalle, mentre enormi rimangono le rigidità del nostro sistema di scambio di informazioni sulle opportunità di lavoro nei diversi territori e soprattutto il disallineamento tra esigenze delle imprese e competenze delle persone. Anche per questo ha senso aver previsto la possibilità per le aziende che assumono un beneficiario del Reddito di cittadinanza di “incassare” parte del residuo contributo e aver progettato un sistema premiale molto incentivante per chi colloca il disoccupato, ferma restando l’esigenza di controlli per evitare accordi impropri, abusi e manovre “furbette” sul personale da parte delle stesse aziende.

Sul piano pratico, però, il pregio più importante del progetto di Reddito di cittadinanza (Rdc) che sta per essere varato è la consistenza del sussidio per le persone in povertà: per un singolo 500 euro più l’eventuale contributo aggiuntivo di 280 euro per chi paga l’affitto della propria abitazione. Si tratta di una cifra finalmente adeguata alle minime necessità di vita di una persona. Come abbiamo scritto più volte su “Avvenire”, il Reddito di inserimento (Rei) studiato dai governi Letta e Renzi e poi introdotto da quello Gentiloni è stata una prima grande conquista sociale, ben congegnata, ma che scontava la scarsità delle risorse investite. Talmente scarse (2,1 miliardi di euro) da non permettere di raggiungere l’intera platea dei poveri assoluti (5,1 milioni di persone), ma solo la metà e con un sussidio monetario del tutto inadeguato (da 187 euro al mese per un singolo a 539 per un famiglia di 6 componenti). Il sussidio del Rdc per una sola persona (non contando il contributo per l’affitto) è due volte e mezzo quello del Rei (il quadruplo contando il contributo per l’affitto).

Francesco Riccardi – Avvenire

8 Gennaio 2019