«Senza bambini il Paese muore» 

«Mio padre Paolo è scomparso nel luglio scorso a 92 anni con una preoccupazione. Quella per un Paese come l’Italia che non fa più bambini e che non riesce ad uscire dalla stagnazione demografica. Sapeva che senza un ricambio generazionale una società è destinata a spegnarsi. Ma i pensieri degli anziani chi li ascolta più?». Maria Luisa Di Pietro, docente di bioetica alla Cattolica, ripensa al padre e alle sue giustificate angustie mentre scorre il Messaggio della giornata per la vita 2019, dove è forte il richiamo al ruolo-guida degli anziani.

Davvero è possibile che, grazie allo sguardo «saggio e ricco di esperienza degli anziani», il Paese possa rialzarsi in tempi ragionevoli?

Mi pare davvero un bel richiamo perché dell’esperienza non facciamo mai tesoro. Se tenessimo presente quello che è avvenuto nella storia probabilmente potremmo evitare tanti errori. Non c’è l’umiltà di imparare dal passato. La presenza e l’esperienza di persone più mature può certamente essere di grande aiuto per i giovani. Da sempre la presenza dei nonni per i ragazzi è insostituibile. Nei confronti del nipote, il nonno vive senza l’apprensione di quando era genitore. Una trasmissione di saperi sempre determinante. Ma rischiamo di dimenticarcene.

Perché il mondo adulto fa così fatica a prestare attenzione allo scambio intergenerazionale?

Si tratta davvero di un grande vuoto. Il fatto di trascurare il futuro dei giovani, e quindi di non tenere in conto ciò che rappresenta l’esperienza degli anziani, si traduce in una carenza di progettazione, in un’assenza di iniziative che danno speranza. Credo che questo vuoto abbia un parallelo per quanto riguarda l’assistenza degli anziani, che è poi l’altro lato della medaglia?

Cioè non facciamo tesoro della loro esperienza e non ci preoccupiamo neppure di come faremo ad assisterli?

In una società in cui la piramide è ormai rovesciata, con una presenza di anziani ormai superiore a quella dei giovani, il problema va posto con urgenza. Ma noi abbiamo dimenticato allo stesso modo i primi e gli ultimi anni della vita. Eppure la fragilità riguarda tutti e si tratta di un ambito che non si può accantonare, soprattutto in questa società che non ha ricambio generazionale e che quindi non potrà provvedere al sostegno degli anziani secondo le modalità a cui siamo abituati. Occorre pensare a nuovi criteri per sostenere questo carico assistenziale.

Alla radice di questo allarme c’è la denatalità crescente. Quali strategie per invertire la rotta?

L’Italia è la bella addormentata nel bosco. Altri Paesi europei hanno cercato di tamponare l’emergenzadenatalità già a partire dagli anni Ottanta. L’esempio della Francia è ben noto. Noi in tutti questi anni abbiamo continuato a navigare a vista, facendo finta che il problema non ci fosse.

Problema più culturale o più economico?

Il dato culturale certamente è importante, ma non si può dimenticare il danno determinato dall’assenza quasi assoluta di politiche familiari mirate. Se per i giovani non c’è lavoro, non ci sono case a prezzi accessibili, difficilmente si può sperare che nascano nuove famiglie, che la crisi di denatalità si risolva. E poi non dimentichiamo il vuoto che abbiamo fatto intorno alle giovani mamme. Chi non ha la possibilità di pagarsi un asilo nido, deve rimanere a casa e non ha possibilità di tornare al lavoro. L’Italia si dovrebbe risvegliare da questo oblio profondo in cui è sprofondata. Senza bambini nonavremo futuro, ma neppure presente. Avremo solo una società sempre più povera.

Senza bambini, insomma, nessuna crescita, nessuna assistenza, problemi più grandi e costi più elevati…

Ma poi c’è un dato antropologico che rischia di essere ignorato. Già oggi per un bambino solo spesso ci sono quattro nonni. Questi piccoli crescono in un mondo di anziani, senza alcuna esperienza di fraternità, di confronto tra pari. E si tratta di una grande ricchezza di cui non faranno esperienza. Che influenza avrà questa situazione per gli adulti di domani? Non lo sappiamo.

Ma come Chiesa cosa avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto?

Siamo tutti responsabili. La politica per la sua parte, noi cattolici per la nostra. Ci sono state situazioni che hanno portato a creare il deserto nell’animo delle persone e non siamo stati in grado di opporci in modo tempestivo. Di fronte ai luoghi comuni secondo cui sarebbe più semplice e più gratificante vivere da soli, non impegnarsi ad avere figli, non preoccuparsi del futuro, declinare le responsabilità, non abbiamo avuto parole altrettanto efficaci.

LUCIANO MOIA – da Avvenire

3 Dicembre 2018