Non servono influencer ma «seminatori digitali». Viviamo in striscioline di felicità

«La società ci garantisce striscioline di godimento». La voce del filosofo Silvano Petrosino esce da un filmato su YouTube. Chi l’ha caricato non ha aggiunto né la data né il tema dell’incontro. È una definizione molto vera: viviamo di striscioline di godimento. Viviamo di striscioline in stile social. Anche quando siamo lontani dal digitale, i nostri pensieri e le nostre azioni sembrano sempre più spesso dei post o dei tweet. Abbiamo sempre meno filtri. Sempre meno pazienza. Sempre meno tempo. E così viviamo di «striscioline»: di felicità, di emozioni, di indignazione, di impegno e persino striscioline di pensiero. Tutto deve essere immediato. Tutto deve essere facile. Tutto deve essere semplice. Tutto deve risolversi in fretta. Tutto deve emozionarci. Petrosino ora sta parlando del potere dei seduttori. Quelli che nel digitale vengono chiamati gli «influencer». «Il seduttore ti garantisce il godimento, ma non ti rende mai fecondo».

Traduco a me stesso: il seduttore ti spaccia emozioni, ma non ti fa crescere. «Il vero maestro – spiega il filosofo – per diventare fecondo a volte ti chiede di rinunciare al godimento». Ma siccome il digitale (e non solo lui) ci ha abituati che conta solo il qui e ora mettiamo “like” e “follow” ai seduttori-influencer pensando che siano più utili dei veri maestri. Persino nella politica è così: i seduttori hanno più successo dei maestri. Tutto sembra social. Gli annunci, le polemiche e gli scontri politici si svolgono ogni giorno a colpi di tweet o di post su Facebook. E chi ottiene più like e più condivisioni pensa di avere vinto. Tutto è urlato. Tutto è per forza lotta, offesa, denigrazione. Tutto è proclama.
Io non so se siamo diventati così per colpa del digitale, ma temo che i social e le tecnologie abbiano contribuito a sdoganare alcuni nostri lati peggiori (finendo con il farceli apparire “normali”) e che, senza quasi accorgercene, li abbiamo trasferiti nella vita di tutti i giorni. Anche in questo senso non c’è più alcuna differenza tra reale e digitale. Per questo se fossi il consulente di un maestro, gli direi che non può non misurarsi anche sui social. Che non significa rimodulare il proprio pensiero per inseguire i “mi piace” o i “retweet”, ma provare a reinventare il modo di esprimerlo per mettere semi di «fecondità» anche nel digitale, visto che le persone per molte ore del giorno vivono lì. In fondo, si tratta (con il dovuto rispetto e la dovuta umiltà) di ripartire dalla parabola del seminatore. Troppo spesso il rumore dei social (e della vita) ci fa dimenticare che il seminatore non smette di seminare anche se non tutti i semi finiscono su terreni fertili. Non c’è intemperie, roccia o problema che fermi la sua voglia di seminare. La sua urgenza di seminare. Per farlo sui social – non sono certo il primo a sostenerlo – dobbiamo mettere al centro le persone. Non su un piedistallo, ma al centro. È un impegno. Faticoso. Anzi, faticosissimo. Come quello di ogni coltivatore. Che ogni giorno va nel campo o nella vigna a lavorare e non sa quanto raccolto avrà a fine stagione e nemmeno se lo raccoglierà o se sarà distrutto da una tempesta. Però ci va. Per bisogno, certo. Ma soprattutto per un’urgenza che fa rima con amore. Per questo essere oggi maestri (grandi o piccoli, non importa) significa diventare anche contadini digitali. Seminatori di parole, opere ed esempi di valore e di spessore anche sui social. Sarà un caso ma, mentre i politici litigavano anche ieri sui social, mi sono imbattuto in un filmato di una scuola, in cui i ragazzi si sfidano «in una palestra di botta e risposta», imparando il valore del dibattito (quello che il filosofo Mastroianni chiama «disputa felice»). Ho scoperto che la «Palestra di Botta e Risposta» è un progetto di formazione al dibattito che l’Università di Padova propone da tempo, grazie al professor Adelino Cattani. Dipendesse da me, diventerebbe subito materia obbligatoria non solo in tutte le scuole, ma per tutti: genitori e politici compresi. Perché alla nostra società servono meno influencer e più seminatori, dentro e fuori il digitale.

Gigio Rancilio – Avvenire

11 maggio 2019