Livorno e l’AIDS: una malattia ancora troppo presente

In occasione della Giornata mondiale di lotta all’Aids, nella Sala conferenze del reparto di malattie infettive dell’ospedale di Livorno si è tenuta una conferenza stampa per fare il punto sulla situazione del nostro territorio.
Il dottor Spartaco Sani, Primario di Malattie infettive, ha messo in evidenza che il numero degli ammalati è rimasto costante nel tempo, mentre si era invece auspicato che il loro numero andasse ad esaurirsi.
Non è stato così, perché ogni anno si manifestano nuovi casi: se a Livorno, nei primi anni ’90 gli ammalati provenivano dagli assuntori di droghe e affetti da tossicodipendenza, a causa dello scambio di siringhe infette, ora, ha chiarito il primario, la malattia si propaga in base alla trasmissione sessuale, e, per la precisione, il 90% tra gli eterosessuali.
C’è dunque la necessità che ci sia consapevolezza di questo fatto affinché tutti si prodighino per una sessualità responsabile e nei rapporti sessuali si prendano le precauzioni di protezione necessarie. E’ quindi intervenuto l’infettivologo dottor Riccardo Pardelli che ha sottolineato che questo continuo propagarsi di casi è dovuto “all’abbassamento della percezione del rischio” da parte di tutti, ed è significativo che “l’età media dei casi stia aumentando sopra i 50 anni”.
Almeno un terzo dei casi si presentano come AIDS conclamato, quindi non allo stato iniziale, creando problemi di gestione e di recupero del malato.
Ci portiamo dietro, come città, tassi di incidenza sul totale della popolazione straordinariamente elevati, infatti al 30 novembre si sono verificati 35 nuovi casi. Gli stranieri occupano il 18% del totale dei malati, maggiormente colpiti sono quelli di origine nigeriana e brasiliana, legati alla prostituzione i nigeriani e alla transessualità i secondi, il più delle volte arrivano in Italia già con la loro malattia.
“Nei nostri laboratori circolano circa 600 persone -ha aggiunto il dottor Sani- a cui vengono dedicate terapie efficaci, poco tossiche, e chi ha una patologia accertata ha una aspettativa di vita molto avanzata. Intervenire nella fase precoce è un vantaggio sia per il malato, sia perché si riduce il tempo di trasmissione, nei casi invece di una patologia conclamata e avanzata, è facile incorrere in una polmonite che è tipica della malattia, oppure in linfomi e patologie tumorali che sono facili prede di organismi già debilitati.
Ogni anno il rapporto dei nuovi casi uomo-donna è di tre a uno. Il dottor Sani ha ancora evidenziato la buona riuscita dei farmaci in combinazione, ma non è stata ancora trovata una terapia definitiva come invece si è verificato con l’epatite C.
Il dottor Pardelli ha terminato dicendo “che non tutti sanno di essere positivi” e quindi possono trasmettere la malattia inconsapevolmente, perciò i test dovrebbero diventare di routine facendo uno screening su svariati soggetti.

Gianni Giovangiacomo

Livorno 3/12/2018