L’alcol, una piaga che coinvolge tutti. L’associazione ALCAT può aiutarti

Quando si parla di dipendenza subito alla nostra mente si collega la parola droga e a questa un elenco svariato di stupefacenti conosciuti o meno.
In realtà le dipendenze oggi sono molte ed anche se quella della droga in generale rimane quella di cui si parla di più (forse perché più “clamorosa”), ce ne sono altre come quella del gioco d’azzardo  e dell’alcol che seppur meno “chiacchierate” sono più diffuse ed a portata di mano.
Il problema dell’alcol è una piaga silenziosa che nella nostra città coinvolge tutte le fasce d’età, senza alcuna esclusione.
Abbiamo incontrato Rosalia Silvestri, servitore insegnante dell’associazione ALCAT (Associazione livornese dei club alcologici territoriali) che ci ha parlato di questa piaga che affligge molte persone.

Che cos’è ALCAT?
«I club alcologici territoriali nascono circa trent’anni fa grazie agli studi di Vladimir Hudolin, psichiatra di fama mondiale, per trenta anni circa Direttore della Clinica di Psichiatria, Neurologia, Alcologia ed altre Dipendenze presso l’Università di Zagabria, che nei suoi studi era arrivato alla conclusione che la dipendenza da alcol non è una malattia ma un disagio. Per questo inizia a dare vita a questi club dove tutti si riuniscono in cerchio per scambiare le proprie esperienze; l’aspetto fondamentale di questo metodo è quello di coinvolgere le famiglie in questo percorso, lavorando su di esse e sulle potenzialità su cui poter far leva per una rinascita di chi ha questo problema».

Come funzionano questi club?
«A Livorno ne esistono attualmente quattro, si pensi che nei primi anni 2000 erano otto ma purtroppo per mancanza di risorse sono diminuiti; ogni club ospita al massimo dieci persone con i loro familiari.
Ogni settimana ci riuniamo ed insieme parliamo di ciò che è successo: c’è chi racconta di essere riuscito a frenarsi davanti ad un bicchiere di vino, chi invece confessa di aver fatto il giro di tre bar bevendo, oppure chi svegliandosi la mattina invece di fare colazione beve una bottiglia di whisky. Il nostro compito di servitori (guide) è quello di ascoltare semplicemente.
Sembra facile ma in realtà non lo è, io stessa ho imparato soltanto in questa esperienza ad ascoltare veramente».

Chi si rivolge ai club?
«Chiunque. Purtroppo l’alcol non conosce età; si inizia a bere da giovani perché lo fanno gli amici, perché magari in famiglia c’è qualcuno che beve, si beve perché il lavoro non va, perché non si vuole pensare, perché è l’unico modo che si conosce per sopravvivere.
Una bottiglia di alcol (che sia vino, birra o superalcolico) è alla portata di tutti e costa relativamente poco ma soprattutto spesso non si riesce a capire quanto si è dipendenti dall’alcol finchè non succede qualcosa di grave o qualcuno si accorge del tuo problema.
La grande difficoltà ad esempio dei giovani che cercano di mantenersi sobri, è quella di uscire con gli amici ed ordinare un analcolico durante l’aperitivo e sentirsi inadeguati.
Spesso per riuscire ad uscirne devono tagliare i ponti con queste persone che magari ti dicono “dai un bicchiere, che cosa mai sarà?!”; non si ricevono supporti adeguati perché spesso chi li circonda non si accorge della gravità della situazione ma soprattutto non se ne parla.
A Livorno sembra che tutto vada bene, non si pensa mai alla tragicità di queste vite che purtroppo sono tante; molti dei nostri ragazzi dopo un periodo di disintossicazione di cinque settimane ad Oronzo, tornano a casa rinati e pieni di buoni propositi ma che crollano ben presto. “A Livorno sto male”, è la frase che viene detta quasi in modo sistematico al loro rientro e per questo spesso sono costretti ad interrompere i rapporti con gli amici o con chi non riesce a capire il loro disagio».

Come sei arrivata ad essere un servitore dei club?
«Sono una parrocchiana di San Giovanni Bosco e svolgendo il servizio della Ronda della Carità ho sentito il bisogno di andare oltre il semplice aiuto materiale. Nelle sere in cui portavo da mangiare ai poveri ho conosciuto una donna afflitta da questo problema e una sera mi ha chiesto di accompagnarla ad un club come familiare e io ho accettato.
Questo episodio è stato la molla che ha fatto scattare in me la voglia di intraprendere questo percorso e grazie al sostegno e alla pazienza della mia famiglia, ho iniziato a frequentare dei corsi per la formazione per servitori.
Il mio ruolo non ha compiti particolari se non quello principale di ascoltare.
Abbiamo ad esempio un gruppo whatsupp e ci sentiamo quotidianamente, qualcuno mi chiama per chiedermi consigli o semplicemente per raccontarmi qualcosa: io sono a loro disposizione.
Poi ci ritroviamo, nel caso del mio club, il lunedì mattina alla parrocchia di Coteto per raccontarci la settimana.
I club non hanno una data di scadenza, ognuno ci viene fino a quando lo desidera. Nella maggior parte dei casi, arrivati alla sobrietà (dopo 5 anni) si rimane per dare testimonianza e per dire “io ero come te e ce l’ho fatta, ci puoi riuscire anche tu” ».

Come si accede ai club?
«Dunque solitamente si arriva dal SERT ma ultimamente anche dall’UEPE da dove ci stanno mandando persone che invece di scontare la pena in carcere, seguono questo programma.
Dopo il colloquio che fanno con un servitore, la persona viene indirizzata nel club più vicino e più comodo per lei. Al momento a Livorno i quattro club sono ospitati nella chiesa valdese, nella cripta dei Salesiani, nei locali della parrocchia di San Giovanni Bosco e in via La Pira a Corea nei locali della sede di ALCAT».
Chiunque avesse bisogno, può rivolgersi all’associazione ALCAT Via La Pira 11 il martedì pomeriggio dalle 16.00 alle 19.00 e il venerdì mattina dalle 10.00 alle 12.00.

Martina Bongini

Livorno 07/02/2018