La convivenza tra etnie diverse crea conflitti ma anche ricchezza. I dati su giovani e immigrazione

Giovani italiani dalla nascita, giovani italiani con background migratorio, giovani stranieri che vivono in Italia e che forse saranno cittadini italiani: la convivenza delle differenze si fa quotidiana, alza barriere e costruisce ponti, crea conflitti ma anche ricchezza. Le giovani generazioni sono le più attrezzate a vivere in una società multiculturale, globale, cosmopolita, eppure le ricerche ci dicono che i giovani vivono i fenomeni migratori esprimendo prudenza, con una prevalente posizione di difesa, se non di almeno parziale chiusura. Questi atteggiamenti rimandano, a una lettura più attenta, a una generale preoccupazione dei giovani verso un futuro che percepiscono privo di ragionevoli certezze e a uno sguardo di preoccupazione verso chi è avvertito, e mediaticamente rappresentato, come possibile intralcio sul cammino di una naturalmente desiderata e perseguita inclusione sociale. Il loro disagio nei confronti dei movimenti migratori verso l’Italia sembra avere quindi radici almeno in parte altrove, i loro atteggiamenti tutti da approfondire, per comprenderne meglio origine e sviluppo. Nasce così una ricerca a livello nazionale, condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo in collaborazione con Fondazione Migrantes, per mettere in luce gli aspetti ancora nascosti del vissuto e delle propensioni dei giovani nei confronti degli stranieri. Alcuni dei temi trattati nelle interviste – tra quelli ampiamente esposti nel volume Felicemente italiani , appena uscito per l’editrice Vita e Pensiero – riguardano gli atteggiamenti nei confronti della cittadinanza, i sentimenti di appartenenza alla nazione italiana, i valori, le disposizioni nei confronti del futuro.

Le nuove generazioni, italiane a diverso titolo, si pronunciano a favore di una pacifica convivenza con le differenze, e sostengono che gli ostacoli vengano soprattutto degli adulti, dai più anziani, quelli che fanno fatica a comprendere un mondo così diverso da quello nel quale sono nati. Con il passare degli anni, dicono, sarà più semplice la gestione di una società dove le culture, le differenze si intrecciano, si incontrano, come già accade – anche se i conflitti non cessano ma mutano – in Paesi di più lunga esperienza migratoria.

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I giovani, senza distinzione di origine, si dichiarano europeisti e cosmopoliti, disponibili alla mobilità anche fuori dall’Italia. Andare in Europa, per loro, è viaggiare in casa. Sono abituati a studiare fuori dai confini, viaggiano con poca spesa e senza problemi di lingua. Si trasferirebbero – lo fanno e lo hanno fatto in questi anni di crisi, in grande numero – per trovare un lavoro, anche un lavoro migliore se fosse possibile. Privilegiano i valori della sfera relazionale: la famiglia e l’amicizia, ma prima la famiglia, nella quale trovano supporto finanziario e affettivo, e sono in grado di leggere criticamente la situazione economica e sociale del Paese nel quale vivono. Sanno di essere, sebbene categoria svantaggiata, tra coloro che meglio sanno far fronte al cambiamento in atto. La loro consapevolezza in questo campo stupisce: le loro opinioni sulle diseguaglianze in Italia trovano nelle statistiche ufficiali un riscontro diretto; loro sanno chi, in Italia, sta peggio degli altri: in primis loro, gli immigrati, le famiglie numerose. Molti si sentono felicemente italiani, contenti di vivere in una nazione che sentono di amare.

Un Paese bellissimo, dicono, pieno di storia e di tradizioni, di bellezze culturali e naturali. Una nazione della quale andare orgogliosi, non fosse che per la corruzione dei politici e la delinquenza organizzata.

I giovani, tutti, aspettano un futuro migliore, come i giovani di tutte le epoche; ma ciò che sognano è tipico del presente vissuto. Il futuro per loro è multiculturale, ci sarà una società aperta, meritocratica, dove regna l’uguaglianza e la libertà, dove i diritti sono rispettati. Chi sogna di più sono proprio i giovani italiani con una storia di migrazione alle spalle: le famiglie sono fuggite dalla povertà o comunque alla ricerca di condizioni migliori, che hanno raggiunto. Ciò permette loro di guardare al futuro con maggior fiducia di chi ha sperimentato per la prima volta dopo il secondo dopoguerra una condizione sociale inferiore rispetto a quella dei propri genitori. La speranza è quella che si trova nelle parole di una diciottenne che viene da un’esperienza familiare di migrazione: «Vorrei che non ci fossero così tanti limiti e ingiustizie come ce ne sono oggi. Vorrei che ognuno vivesse non per sé, non dico per tutti, ma per sé nel mondo, non per sé e basta, per sé nel mondo… credo che ognuno di noi, in un futuro, si spera, sarà in grado di fare la propria parte, una parte per un insieme di cose… non semplicemente per puro egoismo, nessuno spero negherà all’altro di fare la propria parte».

Rita Bichi, docente di Sociologia generale all’Università Cattolica tra i curatori del Rapporto Giovani dell’IstitutoToniolo

Da Avvenire

12 giugno 2018