«La Chiesa paghi»: riecco il tormentone-fake

Per quale strano meccanismo della comunicazione una formula generale come «ente non commerciale» diventa in un istante «la Chiesa» o addirittura «il Vaticano»? Succede da anni quando si ragiona di Ici e Imu. È successo anche ieri. La sentenza della Corte costituzionale, disponibile fin dal primo mattino sul sito istituzionale, non parla mai, nemmeno nelle più minuscole postille, di Chiesa. Ma poco importa: giornalisti sbrigativi (nella migliore delle ipotesi) o maliziosi-tendenziosi (nella peggiore) battono sulle agenzie di stampa, con tanto di «stelline» a decretare l’urgenza e la rilevanza, la notizia-bomba: «+++Corte Ue: Italia: recuperi Ici non versata da Chiesa» ( Ansa, ore 9:33, seguita da AdnKronos alle 10:04, da Agi alle 10:12, da Lapresse alle 10:18…).

E la frittata è fatta, perché la stragrande maggioranza dei siti e, durante tutta la giornata, dei Tg, diffonde la notizia così come le agenzie la battono, incuranti della sua assoluta parzialità. Dal Fattoquotidiano.it al Corriere. it, da Repubblica.it al Corriere di Viterbo on line, fino all’Unione Sarda e a ilGiornale.it, tutti copiano i lanci d’agenzia senza farsi troppe domande. Un milione di volte, sul web, l’Italia è chiamata a recuperare l’Ici «non versata dalla Chiesa». Il Secolo d’Italia online, incurante del ridicolo, proclama addirittura che la Corte Ue «mette in ginocchio il Vaticano ». Non è da meno il sito di Libero («Papa Francesco sbancato dall’Europa: l’Italia deve prendere tutti i soldi dell’Ici»). Tra le eccezioni, quella del Foglio on line, che già nel titolo fa chiarezza: «Non è solo un problema della Chiesa».

Vedremo oggi se i giornali «di carta » replicheranno il modello dei siti, con titoli che tengono conto della verità dei fatti. E allora, vale la pena elencare quali sono i soggetti interessati dalla sentenza di ieri, cioè tutti gli enti non commerciali che possiedono immobili e nelle quali si è svolta una qualunque attività di carattere economico, anche minima. Si pensi allora ai circoli ricreativi delle associazioni di promozione sociale, alle case vacanza di associazioni o sindacati, alle strutture sanitarie di onlus nelle quali si curano bambini con gravi disabilità, ai dormitori o alle mense per poveri… Come si vede, non solo immobili della Chiesa. Realtà che hanno però svolto per anni un’attività sociale meritoria e alle quali ora potrebbe essere chiesto di pagare gli arretrati di un’imposta che lo Stato non aveva previsto.

Antonella Mariani

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da Avvenire

8 novembre 2018