In vista delle elezioni europarlamentari

Dopo aver denunciato quanto sia iniquo prefiggersi di risolvere le piaghe sociali a debito, mentre si permette ai ricchi di godere di ampi privilegi fiscali («Più debito più povertà», ‘Avvenire’ del 2 ottobre 2018), è altrettanto urgente chiederci se sia dignitoso continuare a vivere ‘sottomessi’ ai signori di mercati senza salde regole civili. Gli ultimi duecento anni della nostra storia occidentale si contraddistinguono perché abbiamo saputo costruire comunità nazionali che se da una parte valorizzano i diritti di ogni singolo cittadino come diritti assoluti, dall’altra evitano che possano trasformarsi in abusi perché pongono l’interesse generale a loro limite. E se a prima vista l’interesse generale può essere interpretato solo come la sommatoria degli interessi di tutti, in realtà il suo messaggio di fondo è un messaggio di uguaglianza.

È il riconoscimento che tutti dobbiamo poter soddisfare determinate esigenze e che nessuno può avere comportamenti che mettono a repentaglio questa possibilità. Un concetto sancito a più riprese dalla nostra Costituzione quando all’articolo 32 afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» o quando all’articolo 41, pur riconoscendo che l’iniziativa economica privata è libera sostiene che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Durante i ‘Trenta gloriosi’ (1945-1973, anni di crescita ininterrotta) quando l’anelito di libertà, democrazia, uguaglianza, era ancora ardente, l’interesse generale era perseguito anche attraverso un ruolo guida dell’economia da parte dello Stato, che usava come strategia di indirizzo pure il debito pubblico in un contesto di sovranità monetaria. Poi gradatamente il ventò mutò. Il mondo degli affari si dichiarò insofferente alle regole, pretendendo che tutto dovesse essere definito dalle leggi di mercato e che ogni aspetto economico dovesse essere trasformato in occasione di guadagno. In Europa il potere pubblico abdicò a una delle funzioni principe del potere statale: il governo della moneta. In Italia il primo passo in questa direzione avvenne nel 1981 con il famoso divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia e proseguì con l’adesione a una moneta unica data in gestione al sistema bancario europeo che ha come unico divieto quello di prestare anche solo un centesimo direttamente ai governi. Un esproprio di sovranità monetaria che i governi dell’Unione Europea si sono autoinflitti, trasformandosi di fatto in soggetti che non solo non hanno più alcun potere di orientamento economico, ma che sono totalmente sottomessi ai mercati. Lo dimostra il fatto che l’ultima parola sulle manovre economiche, giuste o sbagliate che siano, non la dicono gli elettori, ma i mercati che parlano attraverso lo spread e le agenzie di rating.

Colpa dei mercati cattivi? No, ognuno fa il proprio mestiere e come è inutile prendersela con i lupi che azzannano gli agnelli, allo stesso modo è inutile prendersela con i mercati se utilizzano tutti i mezzi a loro disposizione per innalzare i propri guadagni. Il problema non sono i mercati. Il problema siamo noi che abbiamo concesso ai mercati un potere sterminato. Abbiamo messo King Kong in libertà e ora King Kong semina terrore dalla cima dell’Empire State Building. È inutile incolparlo o incolpare i suoi protettori che consigliano di dargli ciò che chiede per calmare la sua ira.

L’unica cosa da fare per tornare a vivere tranquilli è rimettere King Kong in gabbia. Che tradotto non significa tornare agli Stati nazionali, ma costruire un’altra Europa finalmente organizzata al servizio dell’interesse generale, della dignità della persona, dell’uguaglianza, della sostenibilità, su basi solidaristiche.

Questo per dire quanto sia sterile la discussione rispetto al se restare o uscire dall’euro. La discussione deve essere attorno a come vogliamo trasformare l’Europa. Un dibattito che al momento sembra appiattito fra chi la difende così com’è e chi la vuole trasformare in una fortezza mercantile, senza nessun altra certezza se non quella di lavorare tutti compatti al rafforzamento dei suoi confini per respingere con la forza i migranti. La voce che ancora manca è quella dell’Europa sociale, dell’Europa dei diritti, dell’Europa dell’interesse generale. Una voce che deve cominciare a farsi sentire proprio a partire da come intende riformare il governo dell’euro in modo da ridare ai governi funzione di indirizzo economico, di creazione di occupazione, di riequilibrio sociale, di funzione sociale del credito.

Ce la possiamo fare? Se stiamo zitti senz’altro no. Se cominciamo a dire la nostra, allora tutto è possibile.

L’importante è crederci ricordandoci che per spostare le montagne basta una fede grande come un granello di senapa.

Centro nuovo modello di sviluppo

da Avvenire

17 ottobre 2018