I giovani e futuro: i padri sono i primi a non dar loro fiducia

«Il padre del giovane adulto dei giorni nostri è per lo più sospettoso, non alimenta la fiducia, non incoraggia le relazioni, non favorisce l’uscita dalla famiglia e quindi non costruisce futuro», osserva Davide Margola, docente di psicopatologia e responsabile del Servizio di psicologia clinica per la coppia e la famiglia della Cattolica di Milano. Con Vittorio Cigoli ha realizzato uno studio pubblicato in questi giorni in una raccolta di saggi sulla paternità curata da Camillo Regalia e Elena Marta (‘Giovani in transizione e padri di famiglia’, Vita e Pensiero).

La nuova immagine di padre che emerge dal vostro studio è decisamente differente rispetto alle tante icone di questi decenni. Né lontano né marginale. Che padre è allora?
La nostra non è una posizione dogmatica o a-priori, deriva da dati di ricerca che ci dicono di una posizione paterna un po’ diversa rispetto al padre autoritario e inaccessibile ma anche al padre debole ed evanescente, finanche assente. I nostri dati parlano di un padre presente che però si mette di traverso, tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. Direi in una posizione obliqua che è di ‘attacco-fuga’, nel senso che c’è sempre un nemico esterno che va attaccato o rifuggito. Un padre quindi che non alimenta la fiducia perché i figli possano lasciare il nido, ossia ‘separarsi’.

Questa posizione sospettosa e diffidente verso il sociale che ripercussioni ha sul desiderio dei figli giovani adulti di formarsi una famiglia e di mettere al mondo dei figli?
Ovviamente questo atteggiamento rallenta il percorso. In questo senso parliamo di neotenia ad libitum.
Si continua a stare nella posizione di figlio che non diventa mai adulto. È ovvio che, in questo processo, permangono in individui adulti caratteristiche non adulte. Qui siamo di fronte a una sorta di ribaltamento. Tradizionalmente erano le madri che tenevano i figli attaccati alla famiglia. Oggi è il padre che sembrerebbe ostacolare la transizione e lo svincolo dalla famiglia di origine. È un padre diffidente che parte dal presupposto che l’altro sia nemico. Di conseguenza anche i figli cercheranno contesti rassicuranti. Si tende per esempio a prolungare quanto più possibile il percorso universitario, vissuto come luogo sicuro, senza rischi… e da qui il problema delle scelte rimandate.

Se la transizione è così complicata da diventare quasi una forma di stallo sociale dobbiamo attenderci che ‘lasciare il nido’ diventi sempre più difficile, con conseguenze sempre peggiori per l’inverno demografico?
È evidente. Lo vediamo anche guardando alle dinamiche con cui i ragazzi interagiscono tra di loro, passando quasi esclusivamente attraverso le tecnologie e diradando le relazioni dirette. Siamo sempre nella stessa logica: avvicinare l’altro ma con cautela. Eppure la funzione paterna dovrebbe essere quella di umanizzare l’esistenza del figlio, di ostacolarne l’onnipotenza, di fargli incontrare il limite (proprio e altrui) di andare oltre all’assoluto dell’«io voglio». Oggi questa funzione è impedita da un simile atteggiamento di cautela verso il sociale. E così si blocca il desiderio di far famiglia, di allacciare nuove relazioni, di fidarsi del futuro. Fiducia e speranza sono davvero al lumicino.

Emerge tra l’altro l’annullamento delle differenze tra giovani adulti maschi adulti e giovani adulti femmine. Può essere una deriva deviante della cultura delle pari opportunità?
La nostra cultura tenta di annullare le differenze sulla base di principi che tanto libertari che tanto libertari non sono.

Perché i padri sono diventati così?
Quei padri sono partiti all’insegna della speranza, nella convinzione che l’esterno, cioè il sociale, fosse il luogo dell’affermazione e della realizzazione personale. Il contesto sociale e politico si è però nel frattempo annichilito e rovesciato, da qui una posizione di difesa nei confronti dei propri figli. Ma con qualche rischio.

Da Avvenire

Livorno 06/12/2018