Farmaco gender, servono chiarezza e misericordia

Su disforia di genere e cambio di sesso c’è bisogno anche di una lettura morale Accanto alle evidenze offerte dalla scienza vicinanza umana. Senza usi strumentali

Quali aspetti morali vanno valutati nella sofferenza della transessualità? Il ‘cambio di sesso’ è eticamente accettabile? Prescrivere un farmaco che blocca lo sviluppo puberale di un adolescente in vista anche, ma non obbligatoriamente, della ‘riassegnazione chirurgica’ degli organi sessuali è sempre scelta deprecabile o può, in alcune, rarissime circostanze, essere considerato opzione corretta, non solo dal punto di vista terapeutico ma anche antropologico? Questioni complesse, delicate e controverse che sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze. Il dibattito acceso dal ‘via libera’ deciso dall’Aifa, per quanto riguarda la prescrivibilità della triptorelina nei casi di disforia di genere, ha scatenato una ridda di osservazioni e di commenti – a proposito e a sproposito – che hanno finito per far passare in secondo piano l’autentico snodo della questione (ieri è stato annunciato l’avvio di un’indagine conoscitiva della Commissione Sanità del Senato). Ma per evitare di trasformare in una contesa da stadio una questione umana, morale e scientifica tanto difficile, perché fonte di profonda sofferenza ma anche di strumentalizzazioni ideologiche per chi ne è coinvolto, occorre infatti tenere presente che siamo di fronte a un problema di frontiera.

Nessuno, né scienziati, né bioeticisti né teologi morali, ha su questo argomento, la verità in tasca. Forse, dal punto di vista etico, stiamo percorrendo una di quelle periferie a cui ha fatto cenno papa Francesco quando, al n.3 di Amoris laetitia, ha scritto: «Non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero». Invece si è arrivati a dire che il Vaticano avrebbe concesso il suo nihil obstat per quanto riguarda l’utilizzo del cosiddetto ‘farmaco gender’ semplicemente perché Laura Pallanzani, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica e membro della Pontificia Accademia per la Vita, in un’intervista all’agenzia ‘Vatican News’, si è limitata a ricordare che il documento del Cnb ha espresso parere favorevole all’utilizzo della triptorelina ma «solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso ». E così infatti è andata, al di là delle diverse opinioni sull’opportunità dei contenuti del documento del Cnb.

Naturalmente la Santa Sede non ha espresso in questa occasione alcuna osservazione né positiva né negativa, così come il magistero – è bene dirlo subito – non ha mai definito la liceità morale della ‘riassegnazione chirurgica’. Probabilmente perché la complessità di questo tema, che investe aspetti anatomici, psichici, comportamentali, insieme a precise coordinate socio- culturali, impone di riflettere in modo sereno, guardando in faccia la realtà per quella che è, evitando soprattutto la pretesa legalistica del ‘si può’, ‘non si può’. La prima domanda non può che riguardare la natura del problema. La disforia di genere esiste davvero? Ci sono adolescenti che manifestano realmente un disagio anche grave nei confronti del proprio sesso biologico? E questo disturbo, cioè il fatto di sentirsi ‘come in gabbia’ nella propria identità maschile o femminile, con il desiderio insopprimibile di ‘sentirsi altro’, suscita in alcuni casi avversione così profonda da scatenare disperazione, tentativi di suicidio, automutilazioni? Gli esperti, a parte qualche caso negazionista dettato da pregiudizi ideologici, sono concordi. Il disturbo, per fortuna raro – un caso su novemila persone – esiste. Non si sa bene quali siano le origini, forse soprattutto organiche, forse soprattutto socio-psicologiche, ma si tratta di una patologia reale, che va affrontata in modo serio con approccio scientifico, vicinanza umana, comprensione, senza demonizzare nessuno. Ma come? L’accompagnamento psicologico e poi negli anni successivi la psicoterapia, offre nella maggior parte dei casi un aiuto decisivo.

Circa l’80% dei preadolescenti che manifesta disturbi per quanto riguarda l’identità di genere, riesce naturalmente a risolvere il problema, ma per quei due ragazzi, o ragazze, su dieci che non hanno avuto alcun beneficio dall’accompagnamento psicologico, che vivono la loro condizione con una sofferenza profonda, che hanno manifestato l’intenzione di rinunciare a vivere, e magari hanno anche già tentato il suicidio, come intervenire? Pensare alla chirurgia per salvare una vita è ipotesi così eticamente inaccettabile? In questi condizioni, solo in casi valutati con attenzione da un’équipe multidisciplinare, alcuni specialisti non escludono il ricorso alla triptorelina. Quali sarebbero i vantaggi? Il farmaco, che ricordiamo è un antitumorale, bloccando lo sviluppo puberale, permetterebbe una rivalutazione più serena del problema in anni successivi, stemperando l’urgenza di una decisione affrettata e permettendo all’adolescente di avvertire in modo meno traumatico gli effetti di quella crescita puberale del proprio sesso biologico causa di tanta sofferenza. L’esito di questo percorso, spiegano gli specialisti, non è obbligatoriamente l’intervento chirurgico. Può essere che, al termine dell’adolescenza, il problema vada stemperandosi. Può capitare che gli effetti dell’accompagnamento psicologico, che non va mai interrotto, abbiano finalmente un riscontro positivo.

Non tutti, certo, sono d’accordo, come più volte spiegato su queste pagine. Abbiamo più volte messo in luce le pesanti riserve espresse al proposito da Scienza & Vita e dal Centro studi Rosario Livatino. Riguardano l’assenza di studi scientifici, il rischio che il blocco della pubertà possa compromettere la definizione morfologica e funzionale di quelle parti del cervello che contribuiscono alla strutturazione dell’identità sessuale, insieme a fattori ambientali ed educativi. Rimane sullo sfondo la questione della reversibilità. Cosa succede quando un adolescente affetto da disforia e sottoposto al trattamento con triptporelina interrompe la somministrazione? Anche qui le opinioni sono inconciliabili. I presidenti della Società italiana di endocrinologia, Paolo Vitti, della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità, Giovanni Corona, della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica, Stefano Cianfarani e dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere, Paolo Valerio, hanno riconosciuto, in una nota congiunta, il valore medico ed etico dell’estensione della prescrivibilità della triptorelina da parte dell’Aifa. Sono valutazioni scientifiche da parte di medici che operano in quel settore e che non si possono facilmente liquidare. Di parere totalmente opposto la Società italiana di adolescentologia che si è detta del tutto contraria perché la triptorelina avrebbe «gravi effetti avversi per la salute ben documentati in letteratura, tra cui anche l’induzione di psicosi. La prescrizione ‘terapeutica’ di un farmaco per un disturbo di orientamento sessuale – spiegano in una nota gli esperti di adolescenza – è pertanto assolutamente errata, in quanto un disturbo di natura psicologica, non malattia, richiede conseguentemente un trattamento esclusivamente psicologico».

Ma se alla fine di tutto questo dibattito rimane l’eventualità di tentare comunque il cosiddetto ‘cambio di sesso’ non si può aggirare anche una valutazione morale. E qui entriamo in un ginepraio di ipotesi. Secondo alcuni autori l’intervento potrebbe essere legittimato dal principio di totalità, secondo il quale una parte del nostro organismo, anche se sana, potrebbe essere sacrificata quando lo esigono con certezza e senza alternative, la salute e il benessere della persona nel suo insieme. Altri bioeticisti hanno contestato questa posizione, sottolineando come la riassegnazione chirurgica non offra vantaggi sostanziali alla risoluzione della disforia. E quindi sarebbe sbagliato appellarsi al principio di totalità. Più recentemente alcuni teologi morali, tra i pochissimi che hanno studiato davvero il mondo della transessualità, hanno però fatto notare che, se l’intervento chirurgico rimane l’unico modo per liberare la persona dalla sua angoscia distruttiva, non può essere eticamente escluso per il bene della persona, perché dettato dallo stato di necessità. E, anche se non si trattasse di una terapia specifica, potrebbe comunque essere intesa come palliativa, in grado comunque di attenuare i sintomi di una situazione comunque insostenibile. Rimangono – è bene ribadirlo – valutazioni autorevoli ma personali, non magistero. Osservazioni che vanno valutate mettendo comunque da parte qualsiasi uso strumentale o ideologico di un farmaco, anche dal punto di vista simbolico, tanto dirompente. Ma soprattutto non bisogna mai dimenticare che siamo di fronte a persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva e che l’obiettivo di prendersene cura, con tutte le risorse a disposizione per alleviarne la disperazione angosciante, rimane in una prospettiva di umanità, di misericordia e di verità. E questa dev’essere la prima, reale preoccupazione.

Da Avvenire – Francesco Ognibene

14 marzo 2019