Emergenza educativa. La sfida di Piacenza

«I ragazzi fanno a botte da prima dei social, oggi la Rete amplifica la visibilità. La cosa più grave è che, se si comincia a parlare del Fight Club di Piacenza, non sei più uno che fa a botte; sei uno del Fight Club di Piacenza. Si sposta l’asticella dal “cosa fai” al “chi sei”. E se incidi sull’identità, inneschi un processo difficile da smontare». Maurizio Iengo è il coordinatore del progetto “Reti di comunità” dell’associazione oratori piacentini, che coinvolge 19 parrocchie della città e della cintura urbana, 32 scuole, oltre che giovanissimi agganciati con l’educativa di strada. È stato tra i primi a parlare con alcuni dei protagonisti delle risse convocate tramite social network nelle vie del centro per tre sabati di fila. Una notizia che ha fatto il giro dei telegiornali qualche giorno fa, facendo scattare il paragone con il celebre film americano in cui i protagonisti (Brad Pitt ed Edward Norton) trovano nella violenza la risposta alla loro disperata richiesta di senso. La regia delle risse a Piacenza – s’è poi ricostruito – sarebbe di un 15enne bosniaco, capace di radunare fino a 100 “spettatori”, adolescenti o poco più. Ma responsabilità individuali a parte, il fenomeno ha creato sgomento in città, dove pure il tessuto di realtà educative è fitto e non si limita a rincorrere le emergenze.

Lo scorso anno “Reti di comunità” ha intercettato 8.772 bambini e ragazzi, dai 6 ai 18 anni, oltre il 60% di quelli che abitano a Piacenza. Sono emersi casi di bullismo, di autolesionismo (episodi ripetuti riguarderebbero 15 studenti su 100, specie femmine). «Ma l’educatore – puntualizza Iengo – non è solo dove c’è un problema. Deve fare promozione, sprigionare il potenziale delle persone e delle comunità». L’obiettivo si traduce in laboratori nelle classi, oratori aperti tutti i pomeriggi, formazione di insegnanti e genitori, presenza nei luoghi informali di ritrovo dei giovanissimi. «Il bisogno di essere guardati è di tutti: bisogna creare delle alternative che li aiutino a soddisfare questo desiderio di riconoscimento. Mi sono sentito dire da uno dei ragazzi delle risse: “Che figo, sono andato su Canale 5”. Sarebbe bello poter dire altrettanto perché, ad esempio, “ho partecipato a fare il murales più bello di Piacenza”». Si tratta di una delle attività scaturite dalle richieste raccolte nell’educativa di strada, come i corsi di fotografia e fumetto o perfino sul metodo di studio. La scorsa settimana è partito il ciclo “Leadership training”, a cui partecipano 35 studenti delle superiori. «Lavoriamo su comunicazione, motivazione e negoziazione. Un ragazzo che acquista sicurezza, non basa più la sua identità sui like (i consensi accumulati sui social network), non dovrà più apparire temuto, se maschio, o attraente, se femmina. I problemi spariranno? No, ma sarà in grado di gestirli».

Non si è fermato a registrare il danno neppure il dottor Antonio Agosti del Pronto Soccorso cittadino. Su circa 3.500 accessi per intossicazione nel 2017, almeno 300 riguardano la fascia 14-25 anni. Il dato – dirompente se messo in relazione al numero di abitanti – colloca Piacenza alla pari di Rimini. In virtù della sua posizione logistica, starebbe scalzando, in regione, Modena e Reggio come mercato-cavia di sperimentazione per le droghe da diffondere poi in riviera. «Ci arrivano sempre più spesso ragazzi con traumi da ca- duta, per incidente stradale o mentre fanno sport – fa sapere Agosti –. Dalle analisi, scopriamo che a monte c’è l’assunzione di sostanze: cannabinoidi, coca e anfetamine per i maschi; stimolanti e antidepressivi per le femmine». L’abuso di alcol è sistematico, come lubrificante sociale. «I maschi non sono diminuiti e le femmine sono aumentate – evidenzia il medico –. Al momento delle dimissioni, resta il dilemma: che sarà di loro?». La risposta che Agosti si è inventato è l’“operatore di corridoio”, partito in via sperimentale a giugno: due educatori professionali, il venerdì e sabato, passano la notte al Pronto soccorso e fanno da “mediatori” sui possibili casi di dipendenza che incrociano, valutando la situazione, tenendo i contatti e magari pure accompagnando di persona al servizio del territorio più idoneo al problema.

Ieri mattina è stato invece firmato il protocollo che dà il via al progetto sul disagio giovanile voluto dal prefetto Maurizio Falco insieme agli amministratori comunali, all’Ufficio scolastico provinciale, all’Asl, alle associazioni dei genitori, alla Consulta degli studenti, provando, grazie al supporto di Teatro Gioco Vita, a cambiare il “registro” della comunicazione che spesso caratterizza gli incontri con le istituzioni. I ragazzi non saranno quindi solo destinatari ma – ha precisato il prefetto – protagonisti «di un racconto personale e collettivo, che smonti subdoli miti nichilisti, che combatta l’emarginazione dei più deboli, che ricomponga pericolose fratture nell’asse giovani, genitori, educatori».

da Avvenire

8 novembre 2018