Colletta Alimentare. I dati di quest’anno

Papa Francesco, alla giornata mondiale dei poveri, ha detto: “che cosa esprime il grido del povero se non la sua sofferenza e solitudine, la sua delusione e speranza? La risposta è una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero. Probabilmente è come una goccia d’acqua nel deserto della povertà; e tuttavia può essere un segno di condivisione per quanti sono nel bisogno (…) il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato”.

Questo hanno cercato di testimoniare i 150mila volontari, in oltre 13mila supermercati su tutto il territorio nazionale, e i 450 volontari nei 26 supermercati della diocesi di Livorno,  sabato 24 novembre quando si è svolta anche nella nostra Diocesi, come in tutta Italia, la Giornata Nazionale della Colletta alimentare. “Le persone che vivono in povertà assoluta in Italia hanno superato i 5 milioni, valore più alto registrato dall’Istat dal 2005, anno in cui questo dato ha cominciato a essere calcolato.

Vengono considerati “poveri assoluti” coloro che non possono acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa. Dopo quella indetta dall’Onu nel 1987, le iniziative per richiamare al dramma della povertà si sono moltiplicate, come la Giornata mondiale dei poveri istituita da papa Francesco l’anno scorso.”

Nel sabato della Colletta un popolo si è incontrato nei supermercati e ha lavorato per il bene dei più bisognosi; in un momento in cui l’incertezza e la paura del futuro dominano, in tanti, per nulla ricchi, si sono privati di qualcosa per gli altri.

Una persona venuta a far la spesa alla Conad di via Grande, vestito come un “barbone”, dopo che i ragazzini dei Cavalieri di San Francesco, di turno a quel supermercato  gli aveva consegnato la busta per la raccolta, fatto il giro degli scaffali, si ripresenta ai ragazzi e consegna il sacchetto, molto più pieno dell’altro che si porterà via –la spesa per sé-  e dice, testuali parole, «sono Albanese [probabilmente avrà imparato l’italiano a Livorno!] e sono  un “morto di fame” e probabilmente ho più bisogno io di quelli che aiutate voi, ma l’ho fatto volentieri, con il cuore!». Non dice altro e va via. Gli abbiamo stretto la mano, commossi. Così, come tanti altri ragazzi in altri centri commerciali (scout, bambini che frequentano il catechismo, giovani, anziani, intere famiglie, scolaresche accompagnate dai loro professori…), potrebbero raccontare episodi simili, gesti dettati da puro amore per gli altri. Come un carcerato, avuto il permesso in un’altra città a partecipare alla Colletta Alimentare, ha detto:  «È la prima volta che ho fatto del bene. Ho sempre fatto male per campare. Ma il bene esiste».

“Il bene è un pacco di pasta da donare al Banco, ma soprattutto è la scintilla che scatta in chi decide di farlo.

Questa scintilla cova nel popolo sotto la cenere. Ci vorrebbe un’educazione del popolo, come disse Luigi Giussani dopo i fatti di Nassyria, colpito dalla commozione di tante persone. La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è parte di questa educazione”.

Quanto raccolto verrà distribuito nei prossimi mesi in Italia alle oltre 8.000 strutture caritative: i loro volontari, gli stessi che sabato vestivano le “pettorine gialle”, sostenuti dai volontari del Banco Alimentare, incontrano e aiutano quotidianamente oltre 1 milione e mezzo di persone in povertà assoluta. Anche nella nostra Diocesi gli appartenenti a Parrocchie, Associazioni, Caritas parrocchiali, Scout, Movimenti e Nuove Aggregazioni, fratelli di altre Chiese cristiane, altre Cooperative e Associazioni di Volontariato o di Servizio Civile, faranno la stessa opere per le moltissime famiglie livornesi in difficoltà.

Coop, Incoop, Conad, Conad city, Pam, Penny, Market, Lidl, Eurospin, Dipiù, Agorà-Ekom, Auchan meritano veramente un ringraziamento per la loro disponibilità a permettere che un gesto di questa portata potesse realizzarsi.

C’è un’ultima osservazione da precisare: una cosa è semplicemente rispondere a una urgenza, a un bisogno, un’altra cosa è scoprire la natura del bisogno e chi può rispondervi. Uno può dire: «Vado lì, faccio qualcosa per gli altri». È una cosa buona, per carità, ma la questione è capire qual è il bisogno dell’altro, scoprire la natura del bisogno. È solo bisogno di fare la colazione?

È come se ci dicesse: «Guardate che ci sono tante cose da imparare dentro questo gesto». Se noi lo riduciamo a quello a cui lo riduce la mentalità comune, poi ci troveremo delusi, noi e gli altri, perché prima o poi emergeranno veramente i bisogni, e se il gesto cui partecipiamo non ci fa capire chi può rispondere al vero bisogno diventeremo scettici o ci dispereremo. Gesù ha risposto a suo modo all’aspetto immediato del bisogno, la fame per esempio. Subito dopo avrebbe potuto fare una ong: perché fa la Chiesa? Perché sa che quella gente ha un bisogno più grande. La maggioranza di coloro che fanno volontariato pensano – in buona fede – di rispondere al bisogno dell’altro, non vedono questa profondità e quindi alla fine quello che fanno non è veramente amare il destino dell’altro in tutta la sua completezza. Solo se cominciamo a vedere la natura del bisogno, ad accorgerci che non siamo noi a rispondervi e che si tratta di aprirsi a un Altro («È un Altro che li può fare contenti»), possiamo realmente stare davanti all’umanità nostra e dei nostri fratelli senza paura, anzi spalancandola costantemente. Cominciamo forse a cogliere qual è la differenza tra la caritativa e il volontariato.

Il gesto della caritativa, così come è proposto, ha una densità e una capacità educativa infinitamente più potente che una attività di volontariato. Il volontariato è una cosa buona, intendiamoci: fare qualcosa è meglio che perdere il tempo. Occorre riconoscerne il valore, ma allo stesso tempo capire dove sta la differenza rispetto ad un gesto di carità.

Pierluigi Giovannetti

foto di Antonluca Moschetti

3 Dicembre 2018